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Elenchi preconfezionati da usarsi in momenti di crisi

NON SI PUÒ FARE A MENO DELL’ARCHITETTURA
di Connie Di Nardo



“Poiché l’idea del transeunte non ha mai potuto arrestare l’umanità nelle sue operazioni feconde – i figli, l’arte – ognuno di noi (…) si applichi al proprio lavoro. Il nostro è l’architettura e se ora è in mano ai vecchi iniziamo i più giovani affinché l’idea si perpetua e si evolva (…). Ci si impossessi della tecnologia e la si trasformi in linguaggio.
Ma soprattutto convinciamoci che non vi è mai stato un momento nella storia degli uomini senza architettura, cioè senza arte, che è fatale, ineluttabile, necessaria al destino degli uomini, e se la soluzione del nostro problema non può essere rimandata dopo la morte ma è proprio quella della storia degli uomini, dobbiamo collaborare affinché la cultura non sia appannaggio della nostra élite ma diventi un bene comune: l’architettura nella sua fatalità esistenziale è stata, è, e sarà, ma deve sempre più sopperire ai bisogni pratici di tutti, così che tutti possano usufruire e godere di essa anche come arte.”
Ernesto Nathan Rogers, Casabella n. 247

Non si può fare a meno dell’architettura perché è la più antica professione e una delle principali attività dell’uomo, perché è l’arte e la tecnica del costruire le città e i suoi spazi, ma è anche l’arte e la tecnica di rappresentare i luoghi d’incontro che creano gli scenari in cui gli uomini vivono; l’architettura pertanto non può essere indipendente dagli uomini.
Non si può fare a meno dell’architettura in quanto è essa stessa rappresentazione della società e la sua assenza genererebbe una mancanza, un vuoto; la città diviene un modo di vedere, costruire e cambiare il mondo.
Non si può fare a meno dell’architettura e della sua spettacolarizzazione, che si espleta nei suoi luoghi di rappresentazione: la residenza, il culto, gli spazi di aggregazione e di incontro.

Casa Gaspar, Cadice, 1992

Alberto Campo Baeza, pur mantenendo il suo rigore formale di ispirazione modernista, ritrova gli elementi della tradizione classica, quali le proporzioni, la simmetria e la continuità tra interno ed esterno. La residenza ripropone in chiave moderna, per rispondere alle esigenze di riservatezza, il concetto dell’hortus conclusus. La chiarezza e l’omogeneità della composizione sono enfatizzate dal colore bianco, dall’uso della luce riflessa dai muri e dai cortili.
http://www.campobaeza.com/

Casa Möbius, Het Gooi, 1998
Attraverso l’astrazione del diagramma di Möbius, UNStudio sperimenta un nuovo modo di intendere l’abitazione, che ingloba nell’architettura i concetti di durata e traiettoria. I progettisti dimostrano come due individui, pur mantenendo la propria indipendenza seguendo i due percorsi lineari chiusi, possano incontrarsi in determinati luoghi (gli spazi comuni) e per un determinato tempo, che nascondo dall’intersezione dei percorsi stessi.
http://www.unstudio.com/

Cappella Nôtre-Dame-du-Haut, Ronchamp, 1955

La cappella di Ronchamp rappresenta, nella complessità della sua lettura artistica e simbolica, il punto in cui natura e divino si fondono; Le Corbusier progetta un grembo, che non è altro che quello della Vergine, che accoglie i fedeli e che simboleggia ciò che il carapace è per un crostaceo: un guscio per la carne che parla dell’infinità della natura. In questo luogo la fede cattolica è resa quasi tangibile, attraverso l’architettura stessa, pur non riproponendo le composizioni gerarchiche dei simboli chiave della fede.
http://www.fondationlecorbusier.asso.fr/

Zentrum Paul Klee, Berna, 2005
Una “scultura paesaggistica” che gioca “a nascondino con la natura”. Così definisce quest’architettura Renzo Piano, in cui vi è il tentativo di trasmettere tridimensionalmente il senso di leggerezza e di luce ed il rapporto con la natura che caratterizzano l’opera di Paul Klee, che riposa a pochi metri di distanza. L’edificio appare come una metamorfica escrescenza geologica, quasi un “sussulto controllato del terreno”, grazie al movimento continuo e sinuoso degli archi, che risolvono il gioco delle tensioni e degli sforzi in maniera tranquilla e semplice, quasi con naturalezza.
http://rpbw.r.ui-pro.com/

Jüdisches Museum, Berlino, 1999
L’opera di Daniel Libeskind si inserisce nel filone delle architetture-sculture, intese come opere d’arte, che possono essere comprese senza bisogno di intermediazioni e filtri esplicativi. L’edificio stesso rappresenta un viaggio nella storia del popolo ebraico e riesce a trasmettere l’idea totalizzante del vuoto esistenziale lasciato dall’olocausto. Il progetto, battezzato between the lines, è il risultato dell’incontro-scontro tra una linea diritta e frammentata, che rappresenta l’“interruzione” del destino del popolo ebraico, con una saetta, continua ma tortuosa, che rivela una stella di David.
http://www.daniel-libeskind.com/

Peres Peace Center, Jaffa-Tel Aviv, 2009
Il Peace Center è stato definito da Massimiliano Fuksas come una “scatola magica”, realizzata attraverso la stratificazione di piani irregolari di cemento e vetro traslucido, che simboleggiano la “materia” alternata dei luoghi che hanno maggiormente sofferto. Le stratificazioni, che hanno il valore simbolico della pazienza e del tempo, necessari al conseguimento della pace, poggiano su un basamento rialzato rispetto al piano di incontro, dal quale si accede in un luogo di riposo dove si possano dimenticare gli affanni del mondo. L’edificio vuole essere “una patria per tutti i marinai ed i naufraghi”.
http://www.fuksas.it/

Città della cultura della Galizia, Santiago de Compostela, 2006
Peter Eisenman fonda questo progetto sull’interazione di tre modelli di riferimento che costituiscono una sorta di codificazione degli elementi caratterizzanti il territorio: la pianta medievale di Santiago, la conchiglia simbolo della città e il percorso del mistico cammino dei pellegrini. L’interazione dei tre elementi determina una scomposizione, generatrice di flussi, che astraggono l’originaria connotazione dei simboli di riferimento. Il progetto rappresenta, infine, una sintesi tra urbanismo, conformazione orografica e costruito i cui esiti generano esperienze inattese.
http://www.eisenmanarchitects.com/

Centro di documentazione e informazione nel palazzo di Belém, Lisbona, 2002
L’intervento realizzato da João Luís Carrilho da Graça si inserisce in un tessuto architettonico stratificato e complesso, caratterizzato per la sua natura labirintica e introflessa. Con grande attenzione alla condizione morfologica e topologica del sito, viene trasformato un dislivello di quota in due piattaforme tra le quali viene introdotto, in un’articolata sequenza di giardini, edifici e spazi aperti, l’edificio ad elle: un elemento ordinatore che definisce il nuovo disegno degli spazi aperti e ne diviene segno rivelatore.
http://www.jlcg.pt/

Philharmonie, Berlino, 1963
"Mettere la musica in un punto centrale. Questo è stato subito il principio generatore della composizione". È quanto ha affermato Hans Scharoun all’inaugurazione di questo edificio, in cui trasforma tale metafora in spazialità, creando la prima sala concerti in cui l’orchestra è posta al centro dello spazio, superando l’opposizione frontale tra i musicisti e il pubblico. Una seconda opposizione, tra la spazialità concentrica della sala e quella fluida del foyer, si risolve attraverso lo studio del percorso dalla strada alle poltrone, che sembra impartire una vera e propria lezione di urbanistica.
http://www.archinfo.it/filarmonica-di-berlino/0,1254,53_ART_126623,00.html

MON, Curitiba, 2002
Questa playlist non può che concludersi con un omaggio all’ultimo grande maestro dell’architettura contemporanea ancora in vita, Oscar Neimeyer. Il MON, museo a lui stesso dedicato, è l’esempio di come due architetture realizzate in epoche diverse possano coesistere in perfetta armonia. Il complesso è caratterizzato e dominato dalla presenza di un grande occhio in vetro e cemento, una vera a propria scultura, che guarda al tempo stesso verso la città e verso sé stesso, con una riflessione sul passato e sull’intero popolo brasiliano.
http://www.niemeyer.org.br/

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